Ogni tanto fa bene fare un ripasso. Ben lo sanno gli studenti alle prese quotidianamente con verifiche ed interrogazioni altrettanto lo sanno gli adulti che ogni tanto si possono dimenticare qualche nozione. Il ripasso che propongo è naturalmente gastronomico e volto a verificare quale sia il livello di conoscenza dei prodotti alimentari che Slow Food tutela nel Veneto per una loro particolare valenza storica ed alimentare. L’elenco aggiornato prevede ad oggi dodici tipi di prodotti alimentari che vanno a coprire tutta l’estensione regionale. Il ripasso può essere utile perché ci potrebbe capitare di transitare per qualche area geografica del territorio e potremmo imbatterci in qualche prelibatezza locale che vale la pena di conoscere almeno come nome. Nella zona montana del bellunese trovano spazio almeno tre prodotti: l’agnello dell’alpago, il Fagiolo giàlet della Val Belluna e l’Antico orzo delle valli bellunesi. Ricordo che questi prodotti non vanno confusi con quelli a denominazione protetta o garantita. Sono infatti delle chicche che vengono prodotte da un limitato numero di agricoltori o allevatori in un’area geografica ben ristretta  dopo che Slow Food ha riconosciuto la valenza storica e territoriale di quel prodotto. Nell’area vicentina si possono incontrare i formaggi Asiago stravecchio, Morlacco del Grappa ed il  Riso di Grumolo delle Abbadesse. Sono prodotti che vista la limitata produzione hanno normalmente un costo che è un po’ più alto, ma non proporzionale all’alta qualità del cibo che rappresentano. Nella zona veronese si individua il formaggio Monte veronese di malga ed un frutto: il Pero misso della Lessinia. Il territorio della laguna di Venezia è rappresentato da un ortaggio: il Carciofo violetto di Sant’Erasmo, mentre la zona patavina dai prodotti ovicoli rappresentati dalla Gallina padovana e dall’Oca in onto, mentre il Polesine con un produttore in particolare, Leonardo Gagliardo, produce il Mais biancoperla. Ad oggi sono presenti altri progetti di recupero di presidi e la condotta locale sta portando avanti uno studio per recuperare il radicchio di busa che fra poco sarà disponibile nelle poche campagne che lo coltivano. Il ripasso finisce qui. La conoscenza del territorio può essere fatta anche di queste competenze.

Davide Biasco