Un interessante post di Silvia Ceriani sulle pagine di Slow Food lancia alcuni spunti di approfondimento sull’hamburger dei panini che ci capita di consumare. Volendo illustrare il concetto che un carne più sana necessariamente ha un costo che, sulla base del consumo annuo pro capite, ha individuato in circa cento euro in più, introduce però alcun interessanti concetti innovativi. Ne citiamo un paio di un certo effetto. Il primo distingue tra alimentazione e nutrizione. «Gli animali degli allevamenti intensivi sono come noi: mangiano troppo e male, sono sovralimentati, ma sottonutriti. L’alimentazione “forzata”, a base di insilati, soia e mais non tiene conto del fatto che anche gli animali hanno dei limiti. La loro crescita sarà anche più veloce, quindi più apprezzata dal mercato ma, insieme ad altri fattori, una cattiva alimentazione è proprio quello che determina una maggiore fragilità nell’animale, e dunque il ricorso agli antibiotici». E qui il primo spunto di approfondimento: mangiamo forse troppo, ma quello che consumiamo non corrisponde a qualcosa di effettivamente nutriente. E da questo punto di vista siamo nella situazione degli animali da allevamento intensivo.  Altro concetto interessante legato all’allevamento di qualità è la linea mucca-vitello. “Se si consente ai piccoli di vivere in stalla o nei pascoli insieme alle proprie madri cresceranno più forti, senza bisogno di intervenire con farmaci” con le conseguenti importanti implicazioni dal punto di vista della salubrità della carne destinata al consumo umano. L’approfondimento sul post continua illustrando l’importanza dei prati di allevamento definiti polifici, nei quali cioè una ricchezza di componenti contribuiscono alla biodiversità fondamentale per una corretta alimentazione degli animali. La sintesi è che l’hamburger da allevamento più rispettoso dell’animale ha un costo che dovremmo essere disposti a pagare perché è poco superiore, ma molto più salubre e nutritivo.

Davide Biasco