Scoprire e valorizzare il territorio significa anche conoscere quello che lo stesso di buono può offrire. Alcune volte queste bontà rischiano di andare irreparabilmente perdute, e qualche volta siamo fortunati e succede qualcosa per cui queste tipicità vengono salvate in extremis. E questo è quello che è accaduto ad un vitigno tipicamente polesano dei tempi passati che sta trovando negli ultimi tempi una sua riscoperta. Stiamo parlando della Turchetta, un vitigno dalla resa piuttosto scarsa, che ben si adatta ai nostri terreni e ben sopporto i nostri climi caldi ed umidi durante l’estate. Questa pianta permette di produrre un vino da tavola che si lascia bere con piacevolezza, lo si può classificare come un vino “estivo”, un rosso non impegnativo, che non ambisce a far sortire chissà quali sensazioni e non ha velleità di diffusione extraregionale. Lo potremmo definire un vino conviviale da compagnia. Giancarlo Stecca lo produce nella sua azienda agricola di Costa di Rovigo, ma anche Vittorio Comini a Giacciano con Barucchella, Rigoni a Bellombra e Salvan a Battaglia terme custodiscono gelosamente questi vitigni e sono impegnati nel loro reimpianto per garantirne la conservazione. Data l’alta carica di antociani, i componenti responsabili della colorazione rosso intenso, questo vino era impiegato per “tagliare” altri vini, cioè come componente aggiuntivo ad altri vini locali dal colore meno acceso. Addirittura l’Istituto per l’enologia di Conegliano si è disturbato per venire fino in Polesine ad assicurarsi la consegna dallo stesso Stecca delle ultime piante per assicurare il patrimonio genetico contro quella che era una prevedibile scomparsa. Adesso può accadere di poterlo degustare nelle aziende agricole dei produttori (e una gita conoscitiva ripaga del tempo dedicato ) oppure in qualche cena a tema che sempre più ristoranti ed osti propongono soprattutto nei fine settimana. Insieme alla Basegana, alla Benedina ed alla Mattarella questo vitigno rappresenta un testimonial del vitigni autoctoni e produce un vino rosso che rappresenta un degno testimone dei vini di pianura. Una certa tannicità, che si avverte in modo non trascurabile, rende questo vino abbinabile come tutti  rossi di questo tipo a piatti saporiti. Ben si sposa quindi con primi saporiti, salame fresco, bondola di cotiche,  selvaggina o faraona ripiena. E’ importante sapere che questo vino è territorialmente e storicamente un nostro vino cosicché, quando ci capiterà di conoscerlo o riassaggiarlo, sapremo valorizzarlo con una giusta consapevolezza.

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