Percorrendo l’Appennino ai confini tra Bologna e Modena mi è capitato di domandarmi quale fosse la specifica vocazione agricola o enogastronomica di quelle colline boscose. Lambrusco in pianura, ho pensato, ma anche qualche tipo di castagna dai quei boschi fitti al limitare della strada, ma magari anche una patata con qualche tipicità. Sicuramente tigelle e gnocchi. Sono rientrato a casa per andare a cercare di documentarmi per avere qualche conferma ai miei dubbi. Per la strada però mi domandavo, senza risposta, perché non sia istituito a livello locale un qualche tipo di obbligo di segnalazione turistica indicante la tipicità geografica del territorio dal punto di vista dell’agricoltura o della produzione alimentare. Si incontrano, infatti, soprattutto in alcun i tratti autostradali, dei cartelli che producono suggestioni ricordando che quella che si sta attraversando è terra di castelli o di tenute o di qualche importanza storica conosciuta. Perché, perché mi sono chiesto, non è fatto obbligo anche installare una qualche forma di segnaletica chiara, impattante e suggestiva che informi o ricordi al viandante forestiero, che quella è terra di ciliegie, oppure di prosciutti oppure di prodotti orticoli. Altre volte abbiamo fantasticato sulle vie dei prodotti nelle varie ex province italiane. Nel Polesine la via dei fiumi e dei prodotti orticoli potrebbe essere alimentata dalle tipicità del territorio che, azzardo a dire, neppure gli abitanti conoscono sempre nella loro completezza. La segnaletica stradale varrebbe allora di ripasso di geografia enogastronomica per gli indigeni e come biglietto da visita e suggestione per fermarsi, conoscere e comprare i prodotti per le genti di passaggio. Io nel mio tragitto avrei anche fatto una veloce sosta per portarmi a casa e conoscere un pezzo di cultura enogastronomica di quelle colline. Immagino di non essere il solo a pensarla così.

Davide Biasco