Dalla FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, arrivano segnali poco incoraggianti in tema di costo degli alimenti. L’ente ha infatti condotto della analisi che sulla base dei crolli produttivi legati al clima ed alle scelte industriali di alcuni paesi nel mondo con riferimenti a specifiche materie prime alimentari prevede conseguenti significativi aumenti di prezzi. La Fao sostiene infatti che sarà per esempio lecito attendersi un aumento del prezzo del caffè visto il drammatico calo produttivo in Brasile, principale produttore mondiale, mentre per le nocciole i prezzi del mercato Turco, che è  il principale a livello mondiale, sono aumentati in media del 60% dall’inizio dell’anno.I responsabili del  famoso miele Ambrosoli  sonio impensieriti dal crollo della produzione de miele in Sud America legato all’impiego di pesticidi che hanno provocato una moria progressiva di api.  Per il grano, che rappresenta la più diffusa fonte di carboidrati come pane e pasta,  le cose non vanno meglio visto che le quotazioni del grano duro aumentate dell’11% rispetto allo scorso anno. Secondo le proiezioni della Borsa merci telematica italiana è inoltre lecito attendersi un ulteriore aumento dei prezzi per via dei problemi di qualità del frumento duro sia in Francia che in Canada. Indirettamente sarà prevedibile, in prospettiva, che l’incremento del costi dei cereali si rifletterà anche sui prezzi della carne. Ma le cattive notizie non finiscono qui. Pare infatti da studi sui consumi alimentari in Gran Bretagna che i cibi nutrizionalmente sani, oltre a essere più cari di quelli meno salubri, lo diventeranno sempre di più: dal 2002 al 2012 il divario tra i due tipi di alimenti ha continuato ad aumentare, al punto che 1000 chilocalorie “sane” sono arrivate a costare 7,50 sterline contro le 2,50 del cibo spazzatura.  E questa prospettiva fa indubbiamente paura. Il concetto chiave dello studio è che molti prodotti industriali, economicamente alla portata della maggior parte dei consumatori, siano anche quelli meno salubri. Allora i prodotti più sani sarebbero destinati ai consumatori che oltre ad essere più consapevoli delle proprietà nutrizionali e dei pericoli celati dietro ai cibi più diffusi, sarebbero anche quelli con più disponibilità finanziaria. Attenzione alla stagionalità, al chilometro zero, alla sostenibilità dell’agricoltura e dei prodotti insieme con  lo slogan “buon giusto e pulito” di Slow Food potranno forse essere le armi con le quali contrastare queste previsioni pessimistiche che, per fortuna, per il momento sono  solo previsioni.

Davide Biasco