È tema di questi giorni il dibattito in sede comunitaria dell’opportunità o meno di continuare ad indicare la data entro la quale alcuni cibi vanno “preferibilmente” consumanti. Attenzione: non si parla della data di scadenza per tutti quei cibi che hanno obbligatoriamente per legge una scadenza, come quelli freschi o che hanno tempo di consumo limitato, ma della data dei cibi che, a rigore, potrebbero essere consumati in tutta sicurezza anche al di la della data orientativamente indicata dal produttore. La proposta apparentemente nasce con l’intenzione di ridurre gli sprechi. Se è vero che ogni anno ogni famiglia Italiana si conta abbia gettato via cibo per un valore medio di 515 euro (!) corrispondenti ad una quantità di cibo giornaliera nazionale di quattro mila tonnellate, allora la proposta sembrerebbe avere un senso. Se la scadenza non è tassativa allora possiamo ancora consumare quel cibo e non gettarlo tra i rifiuti. Ma allora, dicono alcuni legislatori comunitari, tanto vale eliminare la data suggerita per il consumo. I produttori di questi alimenti, chiaramente, si troverebbero a vendere di meno perché si ridurrebbe la quantità di cibo eliminato seguendo i suggerimenti delle confezioni. Ci potremmo così trovare delle scatolette di tonno “secolari”, ma potrebbero assurgere alla classifica di cibo “eterno” quelli come caffè, sale, pasta, riso, biscotti, pane confezionato e surgelati. Per legge, insomma, tutta una serie di alimenti, adeguatamente conservati, potremmo pensare di conservarli per i posteri o addirittura pensare di farli diventare costituenti importanti dell’asse ereditario dei nostri figli. A parte gli scherzi, l’ipotesi un po’ ci inquieta. Un conto è sostenere che le dichiarazioni dei produttori, in termini di durata o data di scadenza,  sono non affidabili o poco regolamentate, o poco verificabili. Un altro conto è dichiarare che alcuni cibi non hanno scadenza per legge. E’ un po’ come quella faccenda in base alla quale, pur essendo scientificamente riconosciuto che la perdita di acuità visita diventa accentuata a partire da 45 anni di età, pur tuttavia il legislatore ha deciso che per legge si vede bene fino a 50 anni condizionando conseguentemente le visite mediche di controllo in ambito lavorativo. I produttori sostengono, e probabilmente con ragione, che oltre la data di consumo suggerita i prodotti alimentari vanno incontro ad una perdita delle caratteristiche organolettiche, dei sapori propri o delle proprietà nutrizionali. Forse è vero che c’è una parte dell’Europa che non è abituata alla nostra qualità alimentare e ci vuole portare ad un appiattimento verso il basso delle qualità di alcuni cibi. Speriamo non l’abbiano vinta.

Davide Biasco