Flexitariano o vegan flex: pensavo che i dizionari più quotati dovessero ancora valutare l’opportunità di inserire tra i nuovi vocaboli anche la categoria dei vegani non radicali, invece è già presente: la versione web della Treccani definisce come flexitariano  “chi predilige seguire un modello di alimentazione di tipo vegetariano, senza rinunciare ad alimentarsi sporadicamente di proteine animali”.  Nel caso dei flexitariani si tratta quindi di “vegani non convinti che, tra i «lunedì senza carne» sostenuti da Paul McCartney e i «martedì al tofu», ogni tanto rinunciano volentieri alla carne, senza però escluderla categoricamente. È la «terza via» che tiene conto dei pro della carne: insostituibile quando sei sotto stress e devi assumere la giusta quantità di ferro attraverso l’alimentazione.” Il testo continua riportando che “ circa 2 milioni di italiani si definiscono vegetariani o vegani secondo il “Rapporto Eurispes Italia 2012”, che però non considera i cosiddetti “flexitariani” ovvero coloro che consumano proteine animali solo sporadicamente. I vegetariani flessibili risultano in aumento nel nostro paese e soprattutto negli Stati Uniti, con un picco a prevedibilmente in California.” Il termine  vegan-flex, flexitariano o semi-vegano individua quindi una categoria di consumatori che preferibilmente è indirizzato ad un regime alimentare senza prodotti animali o derivati da prodotti animali, ma che se capita perché in compagnia o perché si trovi a degustare una prelibatezza unica o speciale allora accettano di derogare al rigido piano alimentare ed assaggiano o consumano anche alimenti “non concessi”. Mi aspetto che molti “aspiranti vegani” si trovino completamente a loro agio in una definizione di questo tipo: da una parte ci si concede di non essere integralisti estremi in modo a volte faticoso, o rattristante, dall’altra ci si permette di avere degli sfoghi non dannosi per degustare piatti particolari o per poter stare in compagnia in momenti conviviali senza essere causa di problemi con i ristoratori, i menu, o gli ingredienti. E così sdoganiamo anche una fascia di persone attente all’alimentazione, che hanno preferenze vegetali, ma accettano democraticamente che possano esistere anche alimenti di origine animale e, quando ne hanno voglia, si concedono una trasgressione alla regole senza alimentare inutili quanto perniciosi sensi di colpa. Immagino che più di qualcuno si ritroverà con soddisfazione in questa nuova definizione di consumatore attento e consapevole.

Davide Biasco